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"MANUALE DI VOLO"
COPENHAGEN, ArtNordic 2019, Lokomotivvaerkstedet 5-7 aprile 2019
Andrea Fallini
Sono andato nell’atelier di BZanconato per avere una anticipazione della sua nuova mostra “MANUALE DI VOLO” che presenterà al Lokomotivværkstedet di Copenhagen in occasione di ArtNordic 2019. “In questa mostra ho voluto parlare di amore. In realtà, è difficile parlare di concetti astratti come l’amore perché non esistono parole adatte e sufficienti a descrivere tutte le possibili sfaccettature e declinazioni di questo sentimento. Le parole in questi casi anziché comunicare, anziché fare da ponte, diventano barriere. I sentimenti vanno vissuti, provati. Nel definire un concetto astratto non si arriva mai ad essere esaurienti ”, mi anticipa l’artista prima di mostrarmi le opere sulle quali sta ancora apponendo gli ultimi ritocchi. 
Aggiunge: “ Il punto di partenza di questa mia riflessione è la desolazione che certe volte si prova di fronte a certe situazioni o a fatti con i quali, in un modo o nell’altro, veniamo a contatto. E la domanda che mi è sorta è stata: perché nel mondo c’è più odio (o indifferenza) che amore?”
L'artista mi conduce di fronte ad una grande opera “COSE CHE HO VISTO”: “Questa opera – dice - è la mia trasposizione dell’omonima canzone di Eros Ramazzotti. In particolare l’ultimo verso riassume la questione che mi sono posta: “… per far finire, far cessare l’orrore può bastare solo l’amore?”. In altre parole ho voluto affrontare l’argomento da una prospettiva diversa, quasi si trattasse di un fenomeno sociale perché, in fondo, la questione potrebbe essere proprio questa…. In sostanza, l’amore per me è una forma di energia .
BZanconato mi spiega che, nella sua visione, la questione parte da lontano, e, in particolare, dal rapporto con se stessi. “Ognuno di noi – dice – è come un seme di un fiore che cerca di attecchire, svilupparsi e sbocciare. Ma solo nel momento in cui sboccia può diffondere nel mondo il suo profumo (cioè, uscendo di metafora, può amare pienamente). Portare a compimento il nostro destino, cioè far sbocciare il fiore che si svilupperà dal seme che è in noi, presuppone e richiede di arrivare a conoscere che tipo di fiore siamo destinati ad essere”.
Per l’artista quindi è fondamentale guardare dentro se stessi, andare a fondo nelle proprie sensazioni, analizzare i propri sentimenti e stati d’animo: diventare un po’ come osservatori di se stessi non solo per conoscersi ma anche per acquisire quella consapevolezza con la quale si può resistere alle influenze ed alle pressioni dell’ambiente che ci circonda. Ma questo non è un esercizio diffuso. Al contrario, la società tende a farci assumere il ruolo di consumatori alla rincorsa di nuovi mezzi per apparire al passo delle mode e dei tempi. Questa assunzione acritica, inconscia, dei modelli di comportamento proposti dai media e dalla pubblicità non fa altro che, subdolamente, defraudare l’individuo della sua vera personalità. La persona, senza una adeguata istruzione dei meccanismi mediatici e senza un adeguato supporto educativo e psicologico mirato a rafforzare la sua individualità ed autostima, trova nell’annullamento della propria indole e nel conformismo la risposta e la difesa dal senso di inadeguatezza, dalla paura e dalla solitudine. Di conseguenza, l’acquisto ed il possesso divengono le azioni chiave per risolvere il problema della sua solitudine e per rispondere alla questione fondamentale: chi sono? Purtroppo, però, questo modo di acquisire sicurezza e di entrare a far parte di un gruppo non placa ma anzi amplifica il senso di vuoto che molti provano.
Per citare E. Hillesum, così cara all’artista, “Basta un malinteso di una certa gravità e subito diventiamo insicuri e ci manca il terreno sotto i piedi. Perché non ci siamo preoccupati di costruire fondamenta abbastanza solide.” 
L’artista mi porta di fronte ad una testa umana di gesso, rotta in corrispondenza della calotta cranica, con a fianco una scatola di metallo contenente diverse decine di disegni su carta. “A Copenhagen – spiega BZanconato – allestirò una installazione dal titolo “L’OSSERVATORE INTERNO”I disegni sono la rappresentazione delle emozioni, dei sentimenti, degli umori che quotidianamente riaffiorano nella mia mente. Riflettere sulle mie sensazioni e su tutto quanto provo mi ha aiutato e mi aiuta a capire chi sono veramente, liberandomi piano piano da quei condizionamenti che ho in qualche modo subito e che non mi appartengono. Ascoltando quello che sento, senza pregiudizi o censure, ho imparato, con i miei tempi, ad essere me stessa, ho imparato a percepire ciò che mi è più affine e ciò che mi è più distante e questo, di volta in volta, è come se mi indicasse una direzione. Nello stesso tempo ho acquisito coscienza di me, mi sono rafforzata imparando ad affrontare le diverse situazioni, consapevole che queste sono come nuvole passeggere ”.
BZanconato mi spiega il significato di quest’opera nell’economia generale della mostra: conoscere se stessi ed amare se stessi sono i presupposti per amare gli altri e per vivere la vita in ogni suo aspetto, sapendo che questa può riservare risvolti belli ma anche dolorosi. Nella società moderna, però, e poi, ancor di più, in quella contemporanea, non è importante essere: importa avere per apparire (per dirla come E. Fromm e Z. Bauman). Di conseguenza, se, da una parte, il tempo per la cura del proprio benessere fisico è entrato a far parte della routine quotidiana, lo stesso non può dirsi per quello della propria parte interiore.
“L’OSSERVATORE INTERNO” rappresenta proprio questo: un invito a dedicarsi anche alla propria componente interiore. Questo invito passa attraverso l’esempio sincero e diretto offerto dall’artista che mostra cosa significa prestare tempo ed attenzione alle proprie emozioni e sensazioni più profonde, con onestà e senza censure. Attraverso il suo vissuto, evidenzia che nell’animo si agitano moti di tutti i tipi e che, soprattutto in certe situazioni, sono proprio le sensazioni più dolorose a prendere il sopravvento, sensazioni che l’educazione e la mentalità correnti vorrebbero che fossero ignorate, cancellate. Al contrario, il senso di solitudine, lo scoraggiamento, il sentirsi un pesce fuor d’acqua, il sentirsi in lotta col mondo, il senso del tempo che sfugge, il desiderio di fuga, … proprio perché sottolineano la diversità di ciascuno dall’immagine che il mondo vorrebbe, rappresentano la voce dell’interiorità. Queste emozioni sono spesso rivelatrici di bisogni che si agitano nel profondo e che chiedono una risposta; sono in altri casi rivelatrici di un processo che potenzialmente è pronto per essere innescato.
Emblematica, a questo riguardo la citazione di E. Hillesum riportata su uno dei disegni: “La nascita di un’autentica autonomia interiore è un lungo e doloroso processo: è la presa di coscienza che per te non esiste alcun aiuto o rifugio presso gli altri, mai. Che gli altri sono altrettanto insicuri, deboli e indifesi. Che tu dovrai essere sempre la persona più forte. Sei sempre daccapo, rimandata a te stessa. Non c’è nient’altro. Il resto è finzione”.
Ma - riprende l’artista - l’attecchimento del seme e lo sviluppo del fiore dipendono anche dalla presenza di condizioni favorevoli come ad esempio un terreno adatto, acqua…etc.” Tuttavia, nella pratica, la società di oggi non offre le condizioni ideali per questo sviluppo per cui, tanti semi restano bloccati.
A soffrire maggiormente di questa situazione sono quelle persone che, più sensibili e particolari di altre, non accettano il processo di omologazione ed adattamento alle regole sociali imposti sin dall’infanzia anche in famiglia e risentono in modo ancor più drammatico del senso di alienazione da se stessi. A questo si aggiunge anche il senso di colpa di sentirsi persone sbagliate perché diverse e più sensibili, pervase da un senso di insicurezza che blocca ogni possibilità di stabilire relazioni e qualsiasi progresso e sviluppo personale. Ed è qui che entra in gioco l’empatia, l’amore (per dirla nell’accezione dell’artista) di una seconda persona che, grazie alla sua particolare sensibilità, ha la capacità di percepire questa situazione e di accedere all’interno di colui/lei che sta soffrendo. Questa empatia, che l’artista porta qui agli estremi, è qualcosa che probabilmente, in modi diversi, molti di noi hanno percepito. Per alcuni si tratta di un feeling particolare con persone che si sono appena incontrate ma con le quali si sente una specie di intesa; in altri casi, senza che ne esista una spiegazione razionale, un senso di comfort che porta più agevolmente a comportarsi naturalmente… Una specie di corrente magica che si stabilisce tra due persone senza che ci sia stato un pregresso tra di loro.
Questo è il tema di “LE COEUR DU COEUR” (“il cuore del cuore”) la seconda opera che l’artista mi mostra. BZanconato spiega che ogni esperienza traumatica o difficile che attraversa una persona, lascia un segno e spinge la sua essenza a rinchiudersi sempre più nel profondo della personalità sino quasi ad operarne una specie di distacco: l’alienazione da se stessi di cui parla E. Fromm.
Lo stesso processo - continua – nelle tradizioni sciamaniche è descritto simbolicamente in un modo che rende bene l’idea. Nel momento in cui una persona si trova a vivere un’esperienza traumatica, il suo spirito, costituito da tante parti, ne lascia una indietro. Ma questa deve essere recuperata per consentire il ricostituirsi dell’unità personale. Ed è qui che entra in gioco lo sciamano, che ha la capacità di effettuare un viaggio per accedere alle parti più recondite della persona, “vedere” le esperienze che ha vissuto e ha il potere di operare il recupero della parte di spirito perduta. Il suo potere gli consente infatti di superare le barriere che hanno trattenuto la porzione di anima e di recuperarla. In questo modo la persona della quale si è preso cura, grazie al suo intervento, può riprendere il suo naturale processo di sviluppo che porterà alla sua fioritura”.
L’artista mi invita a non fissarmi sulla tradizione sciamanica (portata come esempio) ma concentrare la mia attenzione sull’atto. Ne evidenzia due aspetti che per lei sono fondamentali: da una parte l’empatia, che rappresenta, in termini più concreti, il potere dello sciamano di recuperare il pezzo di anima rimasto imprigionato. Empatia, cioè lo sguardo, l’attenzione, la capacità di comprendere la portata delle esperienze vissute da una persona e le ragioni che hanno portato alla sua separazione da se stessa.
Il secondo è la volontà dell’altra persona di voler recuperare se stessa e per questo fidarsi ed avvalersi dell’aiuto di un’altra persona: senza questo presupposto nessuna porta può essere aperta. BZanconato (che è anche farmacista) mi cita molteplici casi in cui questi malesseri dell’animo umano sono stati e sono ancora visti, come malattie da trattare farmacologicamente. “A mio parere, non è con una molecola somministrata in determinate concentrazioni così come non è ascoltarne distrattamente i racconti che si entra nel profondo del cuore umano e se ne estraggono i dolori che più l’hanno segnato: solo se si instaura questa corrente di energia, che ho chiamato empatia o amore, si innesca il processo di recupero. Se non si verificano queste condizioni , la cosa non funziona e le porte del cuore restano sbarrate.
Quando poso gli occhi sull’opera comprendo almeno in parte il senso delle parole dell’artista: l’opera si presenta come una sorta di porta metallica a due serrature ed una scritta che indica il divieto di accesso ai non addetti ai lavori, in cui le superfici ossidate danno l’idea del tempo trascorso senza che questa sia stata aperta. La rappresentazione di una lunga reclusione in un luogo abbandonato, quasi dimenticato: il cuore del cuore, appunto, cioè il luogo più intimo dell’animo. Come dice esplicitamente il cartello, l’accesso è strettamente vietato ai non addetti ai lavori. L’opera mi trasmette un senso di desolazione e profonda solitudine.
Comprendo il senso delle parole che ho appena sentito: solo un profondo gesto d’amore può consentire l’accesso a quel luogo e l’apertura di quella porta.
Prosegue l’artista: “Ritengo che il punto centrale di tutto questo, che definisco amore, sia l’attenzione sincera che ci porta ad accorgerci dell’altro . È un dare energia per prendersi cura e far crescere… un recuperare il seme insito in ogni persona affinché possa svilupparsi, fiorire e spargere a sua volta il suo profumo nel mondo arricchendolo. Questo perché ogni essere viene al mondo per portare qualcosa. Quando anche una singola persona non riesce a svilupparsi, impoverisce il mondo poiché lo priva del suo personale e unico contributo. Per questo, soprattutto di questi tempi, è importante recuperare questo aspetto…
La chiave di tutto questo è la visione che l’essere umano non si esaurisce nella sua parte fisica: oltre al suo corpo esiste una dimensione (che possiamo definire anima, spirito, animo, psiche, ….) della quale tener conto e che ci parla attraverso sensazioni e stati d’animo. Nel momento in cui viene accolta la prospettiva di una componente spirituale come parte altrettanto fondamentale di ogni persona, allora cambia per prima cosa la prospettiva di se stessi, ma poi anche quella del mondo e delle cose che ci circondano. Di conseguenza si abbandona la logica del possesso, del fatto che ognuno è ciò che possiede, su cui si fondano ancora tanti comportamenti comuni e si entra nella prospettiva dell’essere. O forse, ancora meglio, del divenire, perché tutto cambia e richiede un continuo adattamento.”

Mentre sta ancora parlando mi conduce verso un’altra opera “MOKSHA” (parola sanscrita che significa liberazione) che affronta il tema del possesso. “Ho pensato a quante manifestazioni e pratiche di possesso (in questo caso maschile sul corpo della donna) ancora permangono come retaggi del passato o ancora meglio di una mentalità retrograda che vede l’essere umano nella sua sola componente fisica: il corpo. Corpo che diviene una proprietà da possedere. Abiti, pratiche mutilatorie eccetera, non sono altro che prigioni nelle quali tenere in deposito sorvegliato il corpo femminile, proprietà del suo uomo. Ed i femminicidi, non sono altro che i tragici esiti di questa mentalità che subdolamente continua a passare di generazione in generazione. Ma cos’è ad essere imprigionato?
Pensando a queste cose, per contrasto, mi è venuto in mente un passaggio di E. Hillesum
“….Quando Hanneke ha detto, parlando di “ costrizioni” e “legami: “No, io non potrei vivere senza legami, senza un marito, senza figli, no, semplicemente non potrei”, in quel momento ho subito capito quale 
poteva essere la mia reazione interiore alle sue parole, e cioè più o meno questa: “Sì, io potrei vivere così, potrei forse addirittura resistere a lungo in una cella spoglia per anni inginocchiata su un pavimento duro, avrei  comunque una vita grande e lussureggiante: tutto quello che la vita può offrire sarebbe dentro di me… “. E’ proprio questa consapevolezza, ovvero l’esistenza in noi di qualcosa che va oltre il corpo, che ha permesso a Etty Hillesum di trovare l’energia per sopportare la vita nel campo di concentramento in cui era entrata volontariamente per aiutare le persone”.  
BZanconato mi spiega che ha cercato di mettere in evidenza l’esistenza dell’anima umana, che non può essere posseduta né ingabbiata da altre persone, nonostante tutto. Guardando l’opera, mentre ascolto le sue parole, percepisco il contrasto tra il senso di libertà, quasi di gioia, delle farfalle e quello di reclusione della figura che si intravede al di là di quella sorta di palizzata costituita dai diversi elementi lignei. In più mi colpisce lo sguardo di questa figura: la sua vista si apre sull’esterno, libera come l’anima di cui quegli occhi sono lo specchio.

Questo rimanda alla successiva opera “THE EAGLE’S SIGHT” (“lo sguardo dell’aquila”). L’opera simboleggia questa nuova consapevolezza, questa nuova prospettiva che è resa più ampia dal sentire dell’anima. L’aquila, elevandosi nel cielo più di ogni altro uccello, ha la capacità di ampliare la sua visione e di cogliere l’insieme delle cose.
BZanconato sottolinea che “La consapevolezza della propria anima determina un cambio di visione: da una prospettiva piccola, del possesso, a quella ampia, dell’essere/aquila nella quale risulta possibile cogliere non solo il proprio percorso di sviluppo che dal seme porta allo sbocciare del fiore, ma anche che questo processo coinvolge tutti e tutto. Questa nuova visuale rivela il flusso della vita di cui tutti facciamo parte. Nel momento in cui una persona acquisisce questa percezione, sa anche che deve seguire il suo percorso di sviluppo e nel contempo, se possibile, favorire quello degli altri. Per giungere a questa consapevolezza non ci sono maestri e corsi da seguire: se da una parte questi possono indicare una direzione, dall’altra, l’unica strada per arrivare alla comprensione profonda è sperimentare, provare direttamente, imparare dalle esperienze e vivere la vita nel suo complesso, con tutto quello che procura sia in senso positivo che in senso negativo. Per sperimentare la vita occorre però aver dei progetti, aver il desiderio di provare per ampliare le proprie esperienze e conoscenze  perché  in fondo, 
il desiderio è vita. Ma per molti desiderare, aspirare a qualcosa per sé, come conseguenza dello scarso amore per loro stessi, non è una cosa importante. Per me, invece, è fondamentale perché non è altro, in fondo in fondo, che assecondare quel desiderio di espansione, di crescita che è insito in noi e che se lo comprendiamo nella sua essenza, ci condurrà verso la fioritura.” 

Nel dire questo mi conduce verso “THE LIGHT SIDE” o meglio ad una parte dell’opera che, in quanto installazione, verrà composta in sede. L’artista prevede il coinvolgimento del pubblico che avrà modo di scrivere i propri desideri che poi entreranno a far parte dell’installazione. Lo scopo è molteplice: da una parte, invitare le persone ad una piccola fase di meditazione poiché, definire ed indicare i propri desideri, le porterà ad una prima riflessione su se stesse.
“Dall’altra,– aggiunge l’artista - far passare il concetto che il mondo, l’universo è molto più ricco di quello che i nostri paraocchi ci consentono di vedere. Esprimere desideri è un fatto importante. Può sembrare difficile da accettare ma se prestiamo la dovuta attenzione e cogliamo gli avvenimenti nella luce giusta, vedremo che ciò che abbiamo desiderato, se consono al nostro processo di crescita, si avvererà con tempi e modi imprevedibili. Sono proprio questi due aspetti, ovvero il fatto di  non poter prevedere come e quando i desideri si avvereranno, che una volta sperimentati ci faranno diventare consapevoli della ricchezza del mondo (e per contro di quante opportunità spesso perdiamo a causa della nostra limitata visione delle cose). ”
È questo il senso di “LET IT BE” (“lascia che sia”) l’opera successiva che BZanconato ha previsto per il suo percorso. Avere desideri, vivere intensamente la nostra vita è una parte fondamentale per pervenire alla consapevolezza ed alla prospettiva dell’aquila. Tuttavia, non dobbiamo aver la presunzione di poter avere il controllo su tutto. E precisa: “Se lasciamo che le cose scorrano e se poniamo la giusta attenzione, i nostri desideri, in modi spesso inattesi, si avverano. Allora lo stupore ci coglie e nel contempo una sensazione ci pervade: quella di far parte di un tutto. Questo scaccia definitivamente quel senso di solitudine che ci fa sentire piccoli e soli in lotta contro il mondo. Si tratta di una sensazione che ribalta la prospettiva e che fa percepire l’armonia con se stessi e col mondo. Ed è allora che viene automatico amare nel senso più ampio del termine. Perché amare è dare attenzione, prendersi cura, dedicare tempo. Perché l’amore vero non implica aspetti materiali: si dona ciò che di più prezioso noi abbiamo, cioè il nostro tempo (prezioso perché limitato) e la nostra energia. Nel momento in cui amiamo, ci sentiamo vivi e questo ci dà gioia.
Dall’altra parte, la persona che percepisce questa energia empatica si arricchisce e il suo processo di sviluppo progredisce (o si rigenera) facendola diventare a sua volta una persona in grado potenzialmente di amare. È questo il motivo per cui l’amore produce amore.”

“PERCHE’ NE VALE LA PENA” (una grande scritta che percorre la parete centrale dell’esposizione) è l’opera conclusiva che viene presentata alla fine di questo percorso che, partito come una sorta di sviluppo personale, alla fine presenta un risvolto collettivo se non cosmico che abbraccia ogni essere ed ogni cosa e che può consentire di intuire i fili che ci legano a ciò che ci circonda e che ci muovono in un continuo movimento di crescita ed espansione.  
Percepisco sullo sfondo il senso di una visione olistica in cui in cui ogni cosa assume un profondo significato. La ricchezza di spunti, nei vari aspetti della sua narrazione, aprono una miriade di spiragli; i molteplici piani di lettura possibili delle varie opere, oltre a quella dell’artista, sono uno specchio della ricchezza e complessità del mondo nel quale vuole portarci con quel viaggio empatico di cui mi ha parlato. È questo, forse, il suo vero obiettivo, il vero messaggio che vuole portare: un punto di vista diverso,  per far riflettere e stimolare, per far scaturire da ognuno la propria personale interpretazione , perché, in fondo, conclude “ … ognuno ha il suo percorso da compiere e nessuno può indicarti la strada: non esiste nessun manuale da seguire a dispetto del titolo “MANUALE DI VOLO” che ho voluto provocatoriamente dare alla mostra.”  
 
Ascolto queste sue ultime parole e sono profondamente colpito….